I fulvi nelle Calopsite

La calopsite, Nymphicus hollandicus, precedentemente conosciuta come “Leptolophus hollandicus”, dopo tante controversie, attualmente è riconosciuta come la specie più piccola di taglia della famiglia Cacatuidae. Ha origini australiane e la sua presenza è concentrata nelle zone interne del Paese ma può variare a seconda delle stagioni, infatti è stato osservato che durante il periodo riproduttivo estivo le varie popolazioni di calopsite tendono a spostarsi nel bordo accidentale della Great Dividing Range e nel nord del Victoria, mentre con l’avvicinarsi dell’autunno (marzo-maggio) nel nord-ovest del New South Wales raggiungendo il Queensland e il Northern Territory. Durante l’inverno (giugno-agosto) gli esemplari di questa specie potranno essere osservati in tutto il territorio australiano ma in minore quantità nella metà meridionale dell’Australia occidentale.

Presenta un becco tipicamente granivoro, di tipo “psittacidae” e di piccola misura. Dopo studi scientifici si è capito che, sebbene la sua dieta sia in predominanza granivora, non sia sufficiente per il corretto mantenimento e riproduzione. Una dieta equilibrata e adatta alla specie dovrebbe contenere legumi cotti, frutta non dolce e vegetali a foglia verde con particolari preferenze per le erbe prative, oltre ad una buona miscela di semi, con una percentuale di grassi non troppo alta, facilmente reperibile sul mercato.

Inoltre, è una delle poche specie di uccelli esotici esenti dalla documentazione CITES in quanto non rientra nei parametri quantitativi più critici di pericolosità d’estinzione.

La calopsite è una specie di facile riproduzione in cattività, non esiste un periodo preciso per la nidificazione. In natura sono state osservate nidificazioni in vari periodi dell’anno, tuttavia esiste un modello annuale di nidificazione che corrisponde a mesi australi più caldi tra agosto e gennaio, anche se la maggior parte delle riproduzioni avviene nel periodo di piogge primaverili negli stati sud-orientali dell’Australia che corrisponde al periodo di aumento della semina dell’erba e temperature notturne più basse. Allo stato selvatico questi animali nidificano in cavità di eucalipto preferibilmente vicino a fonti d’acqua, in cattività un nido di successo è una cassetta di legno avente la forma di un parallelepipedo messa in posizione verticale con un’altezza di 30-35 cm ed una base di 25 x 25 cm con foro d’ingresso che può variare da 7 a 8 cm di diametro realizzato in alto al centro o sul lato, sotto il quale posizionare una piccola pedana o posatoio di legno di 3-4 cm per evitare lesioni alle uova dovute all’eventuale brusca entrata della coppia. Come fondo si può utilizzare della torba (composto di materiali organici), trucioli o pezzettini di faggio sterilizzati e depolverizzati.

La deposizione delle uova ha inizio dopo pochi giorni (4-7) dall’accoppiamento, per poi continuare a giorni alterni per una quantità che varia dalle 4 alle 7, anche se nel mio allevamento ho registrato casi di 13-14 uova tutte feconde. La formazione dell’embrione si può osservare proiettando un fascio di luce sul guscio dopo circa 4-5 giorni dall’inizio dell’incubazione da parte di entrambi i genitori che di solito avviene in maniera contingentata, cioè a turno. Ho osservato che durante il giorno entrambi i soggetti o solamente il maschio covano, mentre di notte raramente troveremo anche il maschio all’interno del nido. Il periodo d’incubazione delle uova varia dai 18 ai 21 giorni, i pulli usciranno dal nido intorno alle 4-5 settimane per poi essere completamente indipendenti dai genitori dopo i 60-65 giorni di età circa. Secondo il mio pensiero i novelli vanno separati dai genitori solamente dopo i 3-4 mesi di età, salvo problematiche e necessità varie.

Una voliera idonea alla specie anche nel periodo riproduttivo deve essere lunga almeno 1.50 m alta 1 m e larga almeno 50-60 cm, sospesa da terra con fondo in rete oppure comprendente la base utilizzando del terreno o sabbia come fondo, ricordando la particolare preferenza nel razzolare a terra. Importante è anche il giusto arricchimento ambientale all’interno e all’esterno della voliera.

La calopsite nella sua forma ancestrale si presenta con una classica corporatura slanciata che raggiunge i 30-33 cm di colore grigio avente cresta erettile di circa 5 cm, scudo alare bianco, faccia gialla e bottone arancione, con un peso che varia dagli 89 ai 100 grammi.

Nei giovani, che non hanno ancora effettuato la prima muta il piumaggio si presenta con remiganti, timoniere, groppa e talvolta parte del ventre barrato con faccia grigiastra, così rimangono le femmine anche da adulte.

Con la selezione apportata dall’uomo si sono andate a marcare alcune caratteristiche. Oggi un buon ancestrale può superare i 35-37 cm di lunghezza, con un peso che si aggira sui 120-130 grammi, la cresta erettile raggiunge anche i 10 cm, il marchio guanciale più rosso e un colore di fondo più scuro.

(Maschio ancestrale di un anno e pochi mesi, Mariano Piscopo)

(Femmina ancestrale di un anno e pochi mesi, Mariano Piscopo)

Attualmente al mondo esistono svariate mutazioni di calopsite ed in molte di queste si fa ancora fatica con nomenclature e selezioni corrette.

Prendiamo come esempio i fulvi (fallows) parlandone in modo specifico.

Il fulvo è una mutazione quantitativa o qualitativa dell’eumelanina, ne esistono diversi: fulvo pallido, fulvo bronzo e fulvo cenere delle quali possiamo formulare un’esaustiva descrizione, poi esistono altre tipologie di fulvi, come il “dun” e “l’australiano” di cui invece attualmente si conosce poco.

Da decenni in Italia come in gran parte del globo si continuano a distinguere solamente due tipi di fulvi, il fulvo pallido e il fulvo bronzo.

Osservando alcuni esemplari presenti nel mio allevamento, mi sono chiesto come sia possibile che un fulvo cenere e un fulvo pallido vengano riconosciuti sotto una sola mutazione: l’argento recessivo (recessive silver), animali completamente diversi tra loro.

Spiegando più nel dettaglio:

Fulvo cenere (ashen fallow)

(Maschio adulto di fulvo cenere, Mariano Piscopo)

Questa mutazione è stata stabilita nel 1960 in Europa ed inizialmente gli esemplari erano molto deboli e presentavano problemi di cecità, anche per questa ragione è stata poco considerata. Attualmente i ceppi di tale mutazione risultano molto più forti e di normale costituzione. Nel fulvo cenere l’eumelanina nera si riduce a grigia tendente appunto al colore della cenere. Becco grigio con sfumatura cornea alla base, cera, zampe, dita, unghie carnicine-grigie. Occhio rosso scuro.

Fulvo bronzo (bronze fallow)

(Femmina adulta di fulvo bronzo, Mariano Piscopo)

Riconosciuta inizialmente con la semplice nomenclatura “fallow”, fu stabilita nel 1971 negli Stati Uniti per poi diffondersi in Europa. Ereditato come gene autosomico recessivo si dice sia un allele del raro lutino NSL (non sesso-legato) come alcuni esperimenti di un allevatore europeo dimostrano. Questa mutazione determina una riduzione qualitativa dell’eumelanina nera che diventa di colore bruno. Nei pressi del cappuccio tende ad avere evidenti sfumature gialle. Becco corneo, cera, zampe, dita ed unghie carnicine. L’occhio sarà bordeaux.

Fulvo Pallido (pale fallow)

(Pullo fulvo pallido, Mariano Piscopo)

Mutazione recessiva, il fulvo pallido, come si evince dal nome, è tra i fulvi quello che presenta una riduzione maggiore dell’eumelanina, circa intorno al 90%, quindi ci ritroveremo davanti un soggetto grigio chiaro con sfumature gialle, avente becco corneo, cera, zampe, dita e unghie carnicine. Nell’occhio noteremo iride e pupilla rosso fuoco.

Il mio personale impegno è quello di continuare gli studi su queste mutazioni tramite esperimenti e valutazioni con i soggetti del mio allevamento dai quali ho potuto trarre, per ora, alcune conclusioni, che mi hanno permesso di redigere la seguente tabella:

Differenze fenotipiche Nymphicus hollandicus maschi

 AncestraleFulvo cenereFulvo bronzoFulvo pallido
Fronte, vertice anteriore, guance, collo e parte alta della golagiallo vivo che sfuma in bianco grigiastro ai marginigiallo vivo che sfuma in bianco grigiastro ai marginigiallo vivo che sfuma in bianco sporco ai marginigiallo vivo che sfuma in bianco sporco ai margini
Bottone auricolarearancio vivoarancio vivoarancio vivoarancio vivo
Ciuffo erettilegiallo con apice grigiogiallo con apice grigio-brunogiallo con apice brunogiallo con apice grigia
Nuca, dorso ed aligrigio-nerogrigio fumobruni soffusi di giallogrigio chiaro soffuso di giallo
Petto e ventregrigiogrigio chiarobruno chiarogrigio chiaro
Remigantigrigio scure, quasi nere, con vessillo grigio-argenteogrigiebrunegrigio chiaro
Fascia alarebiancabiancabiancabianca
Codrionegrigiogrigio giallastrobruno soffuso di giallogrigio chiaro soffuso di giallo
Timoniere centraligrigio-argenteo nella parte superiore e nere nella inferiore, rachide grigio scurogrigio-argenteo nella parte superiore e grigie nella inferiore, rachide grigio scurobruno chiaro nella parte superiore e bruno nella inferiore, rachide brunogrigio chiaro nella parte superiore e grigio nella inferiore, rachide grigi
Timoniere lateraligrigio scurissimo, quasi nerogrigiobruneBeige-grigie
Occhionerorosso scurobordeauxrosso fuoco
Beccogrigio piombo con cera grigiagrigio con sfumatura cornea alla base, cera carnicina-grigiacorneo con cera carnicinacorneo con cera carnicina
Zampe e ditagrigio scurocarnicinecarnicinecarnicine
Unghienerecarnicine-grigiecarnicinecarnicine

Sperando che questo chiarimento sia d’aiuto a tutti i colleghi allevatori della medesima specie e ai semplici simpatizzanti di essa, resto disponibile per ulteriori chiarimenti e confronti.

Mariano Piscopo proprietario e gestore di “Allevamento Nymphicus”

La conservazione degli Psittacidi 

I pappagalli risultano essere senza dubbio tra gli uccelli più conosciuti, amati e desiderati in cattività. La loro presenza nelle case di amatori ed allevatori è ormai una consuetudine da ben più di un secolo, ma ci siamo mai chiesti come se la passano le popolazioni selvatiche? 

Un dato su tutti che risulta essere già di per sé allarmante è : l’ordine Psittaciformes (i pappagalli, appunto) il quale dimostra essere in natura, il più danneggiato tra gli uccelli del mondo, e all’interno di esso, (quasi il 30% delle circa 390 specie esistenti oggi) è classificato come “danneggiato in natura” da IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura). 

L’emergenza globale esistente deve però essere necessariamente valutata e affrontata in maniera diversa a seconda del target, fermo restando che una tra le più grandi minacce in assoluto per i pappagalli selvatici sia la deforestazione e la conseguente perdita di habitat naturale. L’antropizzazione sempre più invasiva in un pianeta ormai divenuto “piccolo” ha causato il crescente sfruttamento delle foreste per l’agricoltura intensiva, per l’estrazione commerciale di minerali, per i pascoli destinati al bestiame in genere, rendendo così durissima la vita di alcune specie particolarmente sensibili a determinati ecosistemi.  

Una seconda piaga per i pappagalli sono state le catture per scopo commerciale che nelle passate decadi hanno ridotto in maniera pesante il numero degli animali selvatici. Prima dell’entrata in vigore della CITES (Convenzione Internazionale sul Commercio delle Specie Minacciate), i prelievi in natura sono stati incontrollati e la domanda da parte dei paesi “ricchi” ha esercitato una grossa spinta per esportare centinaia di migliaia di soggetti da parte dei paesi meno sviluppati. 

Possiamo affermare che entrambe le sopracitate cause, congiuntamente, siano la principale spiegazione del decremento di popolazioni di pappagalli che oggi rischiano davvero l’estinzione.  

Un esempio sono i pappagalli indonesiani e del sudest asiatico in genere, quali il Cacatua sulfureo (Cacatua sulphurea), Cacatua delle palme (Probosciger aterrimus) varie specie di lori e lorichetti (Trichoglossus forsteni mitchelli, Eos histrio, Lorius garrullus, solo per citarne alcuni). Alcune specie danneggiate in questa zona, oltre ad aver avuto una perdita di habitat, possono disporre di territori molto ridotti vista la geofisica del luogo, suddiviso com’è in tante piccole isole separate da larghi tratti di mare. Come se non bastasse, le popolazioni locali spesso ricorrono al bracconaggio dei nidi per ottenere pappagalli da compagnia e questo non fa che peggiorare la situazione. 

In Australia non va molto meglio e diverse specie sono a grosso rischio, tra cui: il Cacatua di Carnaby (Calyptorhynchus latirostris), vittima spesso della siccità e della perdita dei siti di nidificazione, il Parrocchetto veloce (Lathamus discolor) e il Parrocchetto delle rocce (Neophema petrophila). In Nuova Zelanda il Kakapo (Strigops habroptilus), straordinario esempio di diversità nel mondo dei pappagalli, paga lo scotto dell’introduzione di gatti e roditori da parte dei primi colonizzatori, così si trova letteralmente decimato e sull’orlo dell’estinzione. 

In Africa possiamo citare il Pappagallo cenerino (Psittacus erithacus) esportato in numeri esorbitanti, il Pappagallo del Capo (Poicephalus robustus), il quale vede scomparire le foreste di Podocarpus da cui dipendono in Sudafrica, o gli ormai famosi Inseparabili dalle guance nere (Agapornis nigrigenis) che perdono i loro alberi di Mopane. 

Nel continente americano le cose non vanno meglio: in Brasile orientale si è perduta definitivamente l’ultima Ara di Spix in natura (Cyanopsitta spixi) e in cattività si cerca di risalire la china dalle circa 200 rimaste nei centri specializzati. Altre grandi ara faticano notevolmente a sopravvivere: l’Ara ambigua (Ara ambiguus) in Costa Rica, l’Ara di Lear (Anodorhynchus leari) nel cerrado brasiliano, l’Ara fronte rossa (Ara rubrogenys) e l’Ara gola azzurra (Ara glaucogularis) in Bolivia, l’Amazzone del Brasile (Amazona brasiliensis) nella foresta atlantica e le altre grandi amazzoni nelle minuscole foreste caraibiche (Amazona imperialis; Amazona guildingi; Amazona arausiaca; Amazona vittata), i grandi e piccoli conuri (Guarouba guaruba; Ognorhynchus icterotis; Pyrrhura orcesi; Pyrrhura griseipectus; Pyrrhura viridicata; Eupsittula euops). Tutte queste specie citate fronteggiano attualmente la contrazione dell’habitat, la perdita delle piante essenziali da cui dipendono, ma anche le catture illegali. 

Vi è da segnalare che ogni singolo caso presenta delle criticità legate al territorio, al clima e alle calamità della zona (siccità, uragani, incendi, ecc..), alla politica e alle leggi locali, all’educazione ambientale e alle tradizioni popolari, alla possibilità di impiantare centri di recupero e riabilitazione. Insomma, le singole situazioni sono molto diverse e possono essere affrontate dai conservazionisti solo attraverso studi approfonditi da un alto grado di specializzazione. 

Mariano PISCOPO